ottobre 2026
Metafore della realtà
La luce, i sensi e ciò che crediamo di vedere
La strada non è dritta, ma nulla si ripete. La traiettoria punta verso l’alto. Per indicare cosa c’è davanti, Francesco Binfaré guarda altrove. Seguire il suo sguardo è come addentrarsi in un labirinto. Ma è un’avventura che dà aria alle stanze. E alle menti. Anche perché Binfaré quel labirinto lo conosce. E sa come uscirne. Tempo fa si trattava di ragionare sul termine natura. Binfarè avrebbe potuto citare i suoi divani, quelli ispirati alle rocce o all’orso. O magari la componente erotica che c’è in tutte le sue opere, non esibita ma c’è. Invece ha discusso di ironia e antropologia. Senza andare fuori tema. Questa volta che l’argomento è la luce, aspettarsi un discorso sulle lampade o magari sul sole sarebbe stato inutile. Ma non vano. Perché dalle risposte di Binfaré si ottengono sempre grandi raccolti, qualsiasi cosa sia stata seminata nelle domande.
Dicevamo… la luce.
Gli spagnoli che scoprirono l'America facevano baratto con gli indigeni: perline di vetro in cambio di oro.
In fondo, siamo tutti come quegli indigeni: diamo valore ai riflessi, ci facciamo abbindolare da quel che non vale, basta che ci abbagli.
La luce non illumina. C’è la nostra percezione, perché abbiamo occhi. Ma quello che vediamo, quello che per noi è la realtà, è una metafora della realtà. È la traduzione che ne fanno i nostri sensi. La cosa meravigliosa è che l’universo vede se stesso attraverso i nostri occhi. Ho visto quelli di mio nipote appena nato, guardavano, probabilmente senza vedere. Cercavano. Con i sensi vivrà esperienze e svilupperà conoscenza, che è una codificazione continua, una stratificazione.
“La luce non illumina…”: questa è una provocazione.
Succede come con la materia. Anche quello che tocchiamo è una metafora della realtà. La materia è un codice di metamorfosi dell’energia, un modo di organizzare i campi elettromagnetici. Integrati con la mente, i nostri sensi generano una realtà che è metafora della realtà.
Però ci sono stati Caravaggio, Monet, Fontana… Loro la luce sono riusciti a catturarla.
La luce è l’arte. L’arte ha cercato sempre attorno alla luce. Nel Medioevo e nel primo Rinascimento gli sfondi erano realizzati con la foglia d’oro che significava la luce, il cielo, la divinità. Anche lo scultore cerca la luce, a seconda di come la luce esplora la forma si generano effetti diversi. L’eccellenza dell’artista sta nel fare una regia sapiente della luce.
Sta dicendo che la luce esiste solo nell’arte?
Esiste l’arte, che è associata a un’espressione divina, come la luce. Nell’Antico Testamento, il terzo versetto della Genesi recita: “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu…”. Cosa si può dire di più?
Messa così, poco. Ma io volevo partire dalla luce per arrivare ai divani…
Si parte sempre dalla luce per arrivare ai divani. L'idea è una luce. Nei cartoni animati c’è il tizio seduto sul water e all’improvviso gli si accende una lampadina sopra la testa. È una raffigurazione di ciò che conta davvero: l'energia, l’attimo, il fulmine. Quello che fai dopo magari viene da sé.
Siamo passati dall’Antico Testamento a un tizio seduto sul water…
In verità, siamo approdati alla lampadina, quindi alla luce della scienza e al mondo delle idee che, dall’Olimpo delle divinità, man mano nei millenni è sceso nella nostra esistenza quotidiana. E – perché no? – anche nei divani miei della Edra.
Tutto questo avviene attraverso l’arte?
Ho cominciato a studiare davvero quando ho smesso di andare a scuola. Ho iniziato a leggere i testi che volevo io, testi d’arte soprattutto. Alle elementari e alle medie mi sembrava di non imparare nulla. Quello che mi veniva proposto non mi sembrava autentico, comprendevo solo le storie narrate nei miti antichi.
Bibbia e antichi miti, intuisco il filo rosso…
Sto parlando di una ricerca della verità. E quella ha sempre a che fare con la ricerca di Dio.
Non tutti la pensano così.
La ricerca della verità del significato dell’esistenza attraversa tutti. Come la ricerca di Dio. Ogni percorso tende a questo.
Sta sopravvalutando il genere umano.
Non credo.
Perché pensa che tutti cerchino la verità? Magari si accontentano di un po’ di benessere o del semplice quieto vivere.
Perché moriamo. Tutto quello che facciamo e pensiamo si confronta con questo mistero irrisolvibile. La paura è di scomparire, si può credere nell’Aldilà o nella reincarnazione, ma la paura resta. Non sapremo mai se saremo dopo. Che occhi avrò? E senza occhi, che luce vedrò?
Spero non lo stia chiedendo a me.
L’altra mattina mi sono svegliato con l’immagine dell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina. Poi, bevendo il the, mentalmente ho introdotto la luce, come un fumetto, tra gli indici delle mani di Dio e dell’uomo. Il mistero michelangiolesco è lì. O, quantomeno, lì si colloca l’enigma.
Tra due indici?
Lì c’è sicuramente la luce. Le immagini dell’uomo e di Dio sono metafore di entità creatrici di uguale necessità e di uguale valore enigmatico. Dall’uno discende l’altro e viceversa.
Dio crea l’uomo e l’uomo crea Dio, quando crede.
Entrambi sono enigmatici. Comunque: poiché la metafora è reale, l’insieme è reale. Non è detto che la realtà sia spiegabile. Tuttavia, la visione della realtà è un passo importante per comprendere molto.
Dà l’idea di essere un affare complicato.
Tutto dipende dal vedere. Quindi tutto dipende dalla luce. Ci serve per comprendere, che non vuol dire capire né conoscere, ma prendere dentro, per avere molto. Tutto questo lo facciamo attraverso l’idea della luce e della visione. Anche se non risolveremo mai l’enigma.





