settembre 2026
L’orizzonte di Ibiza dentro casa
Cemento grezzo e luce mediterranea plasmano un’architettura che orienta lo sguardo e conserva le tracce del tempo
Lungo la costa occidentale di Ibiza, le isole di Es Vedrà ed Es Vedranell emergono dal mare come presenze quasi mitologiche. E la luce non chiede permesso. Al suo passaggio, la materia diventa viva, le profondità si dilatano e i volumi mutano continuamente aspetto. Nulla appare definito.
Tra ciò che permane e ciò che cambia, l’architettura definisce il proprio campo d’azione. Firmata dallo studio belga Erpicum, Kobalt fa parte di un complesso di tre residenze sorte dove un tempo si trovavano piccole costruzioni fatiscenti. Prima ancora delle scelte formali, è stato l’ascolto del luogo a guidare il progetto. La topografia del terreno e l’orizzonte sospeso tra cielo e mare offrivano una condizione già compiuta. “Dovevo capire come poter accogliere questa forza all’interno dell’architettura”, spiega Bruno Erpicum. Gli oltre trentacinque anni di lavoro progettuale sull’isola gli hanno permesso di affinare una sensibilità che va oltre la tecnica. La risposta prende forma in una sequenza di spazi pensata per svelarsi gradualmente. “Per me era evidente la necessità di lavorare sulla pianta come su una conchiglia che permettesse di creare un percorso di accesso senza sapere esattamente dove ci si trovasse”.
Una volta entrati, il paesaggio affiora per frammenti: un taglio di luce, il verde fitto della macchia mediterranea, l’odore della salsedine. Poi, la percezione cambia: pochi gradini segnano il passaggio verso la zona giorno e ciò che fino a quel momento era stato solo intuito si manifesta nella sua interezza. L’orizzonte entra in casa, il mare si avvicina, le due isole diventano parte della scena. Disposta su un unico livello, la villa è organizzata attorno ad un patio centrale, reinterpretando un principio compositivo profondamente radicato nella tradizione locale. Gli ambienti dedicati alla convivialità si aprono verso la costa, mentre una “strada interna” conduce alle camere, raccolte e protette. I confini si assottigliano, il paesaggio attraversa le grandi vetrate e trova nell’acqua della piscina a sfioro una spontanea prosecuzione: i riflessi “portano il cielo sulla terra”. Salendo verso la copertura, la vista si libera progressivamente e gli elementi naturali tornano a comporsi in un’unica immagine. La sensazione è quella di abitare una stanza a cielo aperto: “Ci si sente grandi e piccoli allo stesso tempo”. Una condizione percettiva che risuona anche nella materia. Il cemento grezzo definisce l’intera struttura e restituisce la forza essenziale di un linguaggio brutalista, senza rinunciare ad una vocazione mutevole. Appare rude e compatto da lontano, più complesso e ricco di sfumature da vicino. La sua superficie registra ciò che lo attraversa, conservando tracce che si accumulano nel tempo: “Ogni mano che tocca il materiale, ogni pioggia, ogni estate, ogni inverno contribuiscono a renderlo migliore”. Con il passare degli anni, non perde intensità. “L’invecchiamento lascia spazio a una patina che lo rende più vivo”, sempre più integrato nel luogo che lo accoglie.
Piccole irregolarità interrompono la continuità della superficie e ne amplificano la sensibilità ai raggi solari. Sono lì da sempre, fin dalla gettata, fatta con un sistema di pannelli d’acciaio. Sono segni quasi impercettibili. Emergono e scompaiono nel corso della giornata, trasformando una scelta costruttiva in una poetica della materia. È qui che “i difetti del materiale diventano qualità”: la luce si insinua tra queste variazioni e ne percorre le asperità. Al mattino sfiora le pareti, nelle ore centrali ne accentua il rilievo, al tramonto le dissolve in un susseguirsi di ombre e riflessi ambrati. Una presenza in continuo movimento: senza di essa “non esiste alcuna esperienza dell’architettura”.
Quando il sole scompare oltre l’orizzonte, la luce cambia forma, si raccoglie negli interni e continua a disegnare lo spazio. “Cerchiamo di utilizzare la luce artificiale come se fosse acqua. Può scendere, salire, creare vibrazioni, essere potente oppure molto delicata”. Geometrie pure, scandite da pieni e vuoti, accompagnano queste variazioni senza opporsi. Anche gli arredi prendono parte al dialogo. Le grandi composizioni del divano On the Rocks di Edra emergono come isole nel paesaggio domestico, introducendo forme organiche che trasferiscono nella casa la stessa libertà che caratterizza il contesto naturale. Una scelta mirata che restituisce la visione del progettista: “Mi piace creare un’opposizione tra la natura e l’architettura”. All’interno del rigore “cartesiano” della villa, la presenza del sistema componibile – morbido e scultoreo – invita gli abitanti a definire il proprio modo di vivere, assecondando un’incessante relazione tra corpo e materia. In questa apertura alla trasformazione, si condensa il significato più profondo di Kobalt: una villa che affida al paesaggio, al tempo e alle persone la possibilità di completarla.





